.:§:. Esteban Delgado .:§:.

martedì, 17 novembre 2009


Buon Compleanno

Se ne stava seduta nella penombra di camera sua, davanti ad uno specchio ovale. I capelli, le scendevano morbidi ed umidi di doccia lungo la schiena, impreziosendola con piccole perle d'acqua che scorrevanom, senza fretta, lungo quella pelle delicata, morbida e calda.

Era intenta a prepararsi.

Quella Notte, era la Sua Notte.

L'avrebbero festeggiata come una Regina, le si sarebbero prostrati ai piedi per elemosinare un suo sguardo, per quanto di sfuggita.

I più fortunati avrebbero portato a casa un suo sorriso.

Io avrei ottenuto molto di più.

Lady SerephinaSi massaggiava il viso perfetto con una crema che aveva fatto arrivare dall'Egitto, regalo di una secolare amica. Quella crema rendeva il viso morbido e vellutato, donando al tempo spesso un leggero ma inebriante profumo di sandalo.

Erano parecchi minuti che mi trovavo in quella stanza senza che lei potesse nemmeno immaginare che fossi li ad osservarla.

Quando voglio, so essere più silenzioso di un'ombra.

Guardavo il suo corpo. Indossava una sorta di panno forse di seta, col quale appena si copriva il petto, e che le cadeva sui fianchi, lasciando appena scoperti i suoi glutei. Nonostante fosse bianca, in quella penombra la seta assumeva riflessi d'oro, grazie alla lampada accesa posta nell'angolo opposto della stanza.

Nel perdermi in ogni dettaglio del suo corpo, mi soffermai sulla schiena appena incurvata, data dalla postura di come era seduta.

Un Poeta avrebbe consumato le proprie dita per scrivere l'opera che lo avrebbe consacrato come Dio, se fosse riuscito a comporre versi capaci di narrarne la sensuale bellezza.

Un Pittore avrebbe attinto alla propria anima per definire i contorni ed i colori necessari a dar ragione a quel corpo che sembrava l'incarnazione di Afrodite.

Un Compositore, avrebbe sacrificato la propria fama se in cambio avesse avuto la possibilità di tramutare in musica i movimenti che Lei era in grado di rendere magici con mosse semplici.

Era giunto il mio turno.

Senza produrre il minimo rumore, mi avvicinai a lei.

Con indice e medio della mano destra, le sfiorai appena il fianco dal basso verso l'alto. Amavo il contrato tra il mio tocco così freddo e quella pelle così calda. Lei non saltò solo per pudore, sebbene la sentii irrigidirsi appena per poi tendersi come una corda di violino.. 

"estoy aqui"

Le sussurrai all'orecchio chinandomi appena verso di Lei.

Sentii il suo fiato abbandonare le sue labbra come un sospiro di sollievo. Vidi il suo petto alzarsi ed abbassarsi in un gesto di liberata tensione, mentre percepivo che stava mordendosi il labbro per impedirsi di parlare, di urlare forse.

Il mio tocco intanto non l'aveva abbandonata. le mie mani si spostarono sul suo seno, senza che le mie dita risultassero invadenti. La delicatezza con la quale la toccavo, non aveva nulla da invidiare a quella della seta che a malapena la copriva.

Ma tanto mi bastava per inebriarla.

Il suo respiro aumentò appena senza che lei facesse nulla per fermarmi.

Con la sinistra le afferrai con estrema delicatezza il mento e le tirai appena indietro la testa. Lei subito capì cosa stavo per farle e, chiudendo gli occhi, si fece pilotare abbandonandosi completamente.

Prima annusai ancora il profumo dei suoi capelli, affondando in essi il mio volto. Poi mi dedicai alla sua pelle, venendo a mia volta investito da sensazioni indescrivibili nel percepire ancora quello stesso profumo di poco prima.

Spostai la mia testa verso la sua spalla destra sulla quale posai un delicato bacio.

Ma non mi fermai certo.

Con la punta della lingua, passai dalla spalla al collo con una lentezza che avrebbe potuto essere definita "snervante". Con la coda dell'occhio la vidi conficcare le unghie nel morbido cuoio dell'elegante sgabello sul quale sedeva. Questo le permise di non cedere, non ancora.

Quando raggiunsi il collo, dapprima lo baciai tre volte in tre parti diverse.

Il quarto, non fù un bacio come altri.

Le concessi il Bacio del Vampiro.

Lei a quel punto emise un gemito soffocato ma pregno di piacere, quel genere di piacere che nessun amplesso mortale potrà mai concedere. Il suo collo cedette e s'abbandonò completamente all'indietro facendo si che la sua nuca si poggiasse sulla mia spalla.

Mentre mi nutrivo della sua vitae, con una mano le accarezzai il seno, godendo della rigidità dei suoi capezzoli che immediatamente risposero alle sollecitazioni. L'altra mano invece amava la sua parte più intima, la stessa che era già stata mia innumerevoli volte.

Il suo corpo veniva percorso da brividi e spasmi, mentre sotto le sue palpebre chiuse, gli occhi si muovevano all'impazzata, come rapiti da visioni che a nessuno era dato conoscere se non a Lei. I suoi gemiti non erano mai ferali, eppure nulla avevano da invidiare ad essi poichè in pochi sospiri, Lei era capace di esprimere tutto il piacere che era in grado di provare.

E Lei, era in grado di farlo come nesssuno al mondo.

Non mi nutrii tanto di Lei ovviamente.

Ma quel Bacio, fù sufficiente a farle perdere i sensi tanto fù intenso.

La ricomposi, posandola come fosse fatta di cristallo, sul tavolino davanti al quale era seduta a specchiarsi.

Me ne andai, constatando che era ancora perfetta, immacolata. Nulla della sua bellezza era stata sciupata, nessuna parte del suo trucco aveva ceduto così come i suoi capelli, le cadevano ancora morbidi, lisci e perfetti sulla schiena diafana.

Era questo il mio modo di dirle quanto la Amavo.

Era questo il mio modo di chiederle scusa per la mia incostanza.

Quando si svegliò, la prima cosa che pensò fù che si fosse addormentata, che quanto ricordava fosse frutto del sogno erotico più intenso della sua vita.

Le bastò guardarsi attorno per capire che non era come credeva.

Accanto a Lei, sul tavolino, c'era un biglietto piegato in due. La carta doveva essere molto costosa, lo capì subito. Accanto al biglietto una rosa, la rosa dal color Rosso più intenso che avesse mai visto in vita sua. Un rosso che profumava di eternità, un rosso che non le fece dubitare nemmeno un istante di cosa fosse composto. Sapeva che era il mio, sapeva che quella Rosa non sarebbe mai appassita, se non alla mia morte.

Con mani tremanti, prese il biglietto, lo aprì e lesse:

"Buon Compleanno, Hermana,
el Diablo
"

Sorrise nel portarsi il biglietto al cuore tenendolo premuto con entrambe le mani.

"ti Amo, Hijo de Puta"

Disse sorridendo.



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giovedì, 05 novembre 2009


Giuda - Parte Quarta: La Conclusione

riassunto della parte precedente -

"..leccai la lama laddove la vitae del bastardo la macchiava [...] ma il suo Sangue era avvelenato [...] "tra poco il veleno nel mio sangue farà effetto e tu comincerai a non sentire più le gambe e quindi cadrai a terra... " [...] Le gambe cedettero, ed io caddi..."

- Parte Quarta: la Conclusione -

Non striscia come invece lui aveva detto che avrei fatto. Strinsi i denti e mi morsi il labbro così a fondo che sentii la mia pelle squarciarsi sotto i miei canini. Piantai la punta di Esperanza a terra e usai la daga come punto sul quale fare forza e, lentamente e barcollante, mi rialzai. Dovetti appoggiarmi con la schiena al muro del Virgilio per evitare di cadere ancora. Le gambe presto mi avrebbero ceduto comunque, ne ero consapevole.

"solo un paio hanno resistito così al mio veleno, Deglado. Questo, credimi, ti fa onore... quindi non aspetterò che il sole ti bruci, ci penserò io stesso.. è un privilegio che concedo a pochi..."

Sentii che si stava avvicinando. Intravidi la sua figura come una macchia offuscata in avvicinamento.

"bang!"

Non si prese nemmeno la briga di fare in fretta. Si avvicinò a me come nulla fosse, mi disse solo "stai calmo adesso" e appoggiò la pistola sul mio ginocchio sinistro e fece fuoco.

Dovetti ringraziare la mia buona stella che impedì al mio ginocchio di saltar via.

Ma un arrogante sa riconoscere un altro arrogante.

Hijo de Puta, io.
De Puta Madre, lui.

Due nomi, medesimo concetto.

Quella Notte Giuda mi insegnò ad essere un po meno arrogante nella vita.

Io avevo commesso due errori nell'arco di qualche ora, lui ne aveva commessi tre uno dietro l'altro.

Il primo: il dolore a volte rende lucida una mente annebbiata poichè lo shock risveglia l'istinto di sopravvivenza
Il secondo: ritenendomi impotente, si avvicinò troppo
Il terzo: mi aveva costretto a cedere alla Bestia

Il colpo che riuscii ad infierire mi costò l'equilibrio poichè lo scatenai con ferale potenza scattando verso l'alto con la gamba buona. Il mio ginocchio destro gli travolse naso e bocca facendogli scattare la testa all'indietro mentre anch'egli volava nella stessa direzione di qualche decina di passi. La mia gamba sinistra cedette impossibilitata a reggere il mio peso a causa del ginocchio smaciullato.

Sebbene stessi ringhiando e sbavando come un cane rabbioso, ero consapevole di tutto ciò che mi circondava. Il paradossoFrenesia della Frenesia non è mero cedere ad essa, affatto. Quando ciò accade è come se fossimo "posseduti": il corpo agisce in preda ad una rabbia cieca ed implacabile e l'istinto di sopravvivenza prende il sopravvento su ogni altra cosa scatenando la propria frustrazione su chiunque o qualunque cosa abbia la sfortuna di trovarsi davanti. La cosa terribile è assistere alla scena come uno spettatore farebbe al cinema; in un angolo della nostra mente viviamo quella scena, urliamo al nostro corpo di smetterla senza che questo in verità, accada. Ero muto testimone della furia più terribile che ricordo si fosse mai scatenata in me fino ad allora. Percepivo i miei movimenti convulsi, le mie braccia che annaspavano in avanti nella speranza di afferrare Giuda e farlo a pezzi quand'era ancora vivo e urlante. La Bestia impose al mio corpo di cercare di rialzarsi e, nel farlo malamente cominciai a saltellare nella sua direzione.

Nel frattempo Giuda si riprendeva dallo shock subito scuotendo il capo e passandosi il dorso della mano destra (aveva lasciato cadere la pistola) sul volto tumefatto: il naso era distrutto, le labbra lacerate e sicuramente gli mancava ben più che "qualche dente". Scosse il capo come a voler scacciare la nebbia che gli ovattava la mente e incerto, si rialzò a sua volta. Probabilmente disse qualcosa ma non seppi distinguere le sue parole tra il mio ringhiare e la sua difficoltà data dallo stato in cui versava la sua bocca.

Poi una luce alle mie spalle.

Qualcuno aveva aperto la porta di servizio del Virgilio.

Forse era un avventore che voleva semplicemente tornarsene a casa o forse era qualcuno che aveva sentito tutto il trambusto ed i miei ringhi. Probabilmente era uscito veramente indispettito dall'insolito baccano che qualcuno osava creare nei pressi di quel luogo.

Non l'avrei mai saputo.

Qualche forma di "energia" (non saprei spiegarla diversamente) mi invase dapprima la mente, e poi il corpo lasciando che la bestia venisse spurgata per quella Notte. Mentre perdevo i sensi, ricordo di aver visto Giuda alzarsi e defilarsi velocemente probabilmente consapevole del duplice fatto che era stato visto (pecca per il suo curriculum), e che contro due avversari non avrebbe avuto alcuna speranza. Non conciato in quel modo almeno.

"che..."

Furono le ultime sillabe che sentii pronunciare da un attonito Giuda.

Poi fù il buio.

Il Mio Rifugio a ToledoMi sevgliai seppi, sette giorni dopo nel mio ultimo rifugio. Il mio corpo era guarito naturalmente e adesso ne ero tornato completamente padrone. Come arrivai in quel luogo e chi mi ci portò, fù un completo mistero e non solo per il fatto che nessuno conosceva -così credevo- quel rifugio, ma anche perchè chiunque fosse stato avrebbe potuto far di tutto senza che io ponessi la minima resistenza.

Eppure, chiunque fosse il mio salvatore, non cercò gloria ne ringraziamenti perchè ancora oggi, non so chi sia.

Mi lasciò tuttavia due regali posati sul mio scrittoio:

Il Primo era la pistola di Giuda con ancora dentro 9 colpi.

Il Secondo fù la vera sorpresa: Si trattava di un fazzoletto bianco di una stoffa finissima e pregiatissima; era chiuso a modo di fagotto. Con un poco di apprensione lo afferrai. Il peso era pressochè irrilevante e al suo interno doveva esserci qualcosa di piccolo in più parti. Delicatamente lo aprii e scoppiai a ridere!

C'erano ben otto denti.

Non c'era alcun dubbio circa a chi appartenessero.

Guardai il mio ginocchio destro e gli diedi delle pacche affettuose.

Giuda, mi piacerebbe vederti sorridere adesso!

- Fine -



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lunedì, 02 novembre 2009


Giuda - Parte Terza: Lo Scontro - L'Inganno

riassunto della parte precedente -

"Bang! [...] Ogni songolo colpo fa un male atroce, proprio come quello che percepisce ogni creatura vivente. [...] Il primo colpo mi centrò in mezzo alla fronte e per qualche istante persi ogni cognizione spaziotemporale [...] Al primo ne seguì a velocità impressionante un secondo e poi un terzo che rispettivamente centrarono il mio occhio sinistro e la gola [...] il bastardo usò evidentemente proiettili di grossissimo calibro inquanto quello che mi colpì alla gola per poco non mi decapitò [...] i suoi proiettili erano costituiti per 2/3 di polvere da sparo e il restante 1/3 era Acqua Santa. I proiettili a frammentazione, erano appositamente studiati affinchè la quantità di Acqua Santa presente nel singolo colpo non fosse un reale problema, ma piuttosto rendesse la parte colpita come "intorpidita" lasciando un fastidioso bruciore che non si riusciva a curare velocemente. La polvere da sparo faceva il resto [...] ma questo, rendeva la gittata del proiettile sensibilmente ridotta [...] Lanciai la mia arma con quanta forza avevo in corpo mirando più o meno, laddove sapevo (o speravo) si trovasse Giuda..."

- Parte Terza: Inerme -

Lo sentii gemere!

Bene, avevo appena guadagnato il mio primo punto. Purtroppo lo sentii scappare pochi istanti dopo il rumore metallico che Esperanza produsse cadendo sulla strada. Barcollante e con l'occhio sinistro inutilizzabile, mi diressi a recuperare la mia arma. Non potevo nemmeno chiedere "aiuto" (non che l'avessi fatto comunque) perchè la ferita alla gola faticava a rimarginarsi.

Raccolsi la lama e, con macelato orgoglio, la trovai macchiata del suo sangue.

L'avevo ferito quel bastardo.

Istintivamente leccai la lama laddove la vitae del bastardo la macchiava, sedotto dall'ide di anticipare quel sapore del quale presto avrei fatto banchetto. Si, avrei ucciso Giuda e quell'assaggio del suo Sangue era solo un leggero antipasto.

Era dolce, sensuale, eccitato...

"Cazzo!" pensai.

Il bastardo sapeva che avrei leccato il sangue dalla lama. Era un gesto così scontato che lo stronzo lo aveva dato per certo. Non so cosa diavolo avesse assunto, ma il suo Sangue era avvelenato. Esistono veleni dei quali bastano poche goccie per uccidere un Elefante adulto in pochi secondi. Noi Vampiri siamo immuni a qualunque veleno ma questo non significa che non ne subiamo effetti collaterali. La Vitae della quale ci nutriamo ci trasmette sensazioni e piaceri perchè nell'assimilarla non ci limitiamo a nutrircene e basta, ma la facciamo nostra. Nutrirsi di un ubriaco trasmette un senso di vertigine, così come nutrirsi di un tossico dipendente appena fatto, ci stordisce.

Per questo non dovremmo mai cacciare a casaccio.

Avevo commesso il secondo, imperdonabile errore della serata.

Non seppi mai cosa assunse, probabilmente qualche intruglio da lui appositamente preparato per l'occasione, un pò come quesi suoi stramaledetti proiettili. 

Devo ammetterlo, la sua fama era meritata.

Le gambe quasi mi cedettero, l'occhio buono mi si offuscò appena, ed in bocca sentii un vago bruciore mentre la lingua cominciò a pizzicarmi.

Feci appello ad ogni mia energia e, appoggiandomi con la mano destra al muro, cercai di dirigermi da qualche parte quale che fosse, purchè mi allontanassi il più possibile da li. Nella sinistra tenevo ancora Esperanza e, sebbene fossi consapevole di non essere in grado di usarla con la solita efficacia, il solo impugnarla mi dava quella sicurezza della quale avevo bisogno.

"tra poco il veleno nel mio sangue farà effetto e tu comincerai a non sentire più le gambe e quindi cadrai a terra... probabilmente tenterai di strisciare come un verme nel tentativo di allontanarti da me... Non potevo iniettarmene di più sai.. rischiavo di morire... già quella dose è ai limiti massimi... ma non preoccuparti Delgado... ti seguirò, gustando ogni tuo patetico tentativo di sopravvivere... ti vedrò strisciare e solo alla fine deciderò se guardarti ardere quando il Sole sorgerà o incenerirti io stesso... nessun rancora veramente, ma è la fine che meriti di fare.. la fine che meritate tutti"

De Puta Madre! Mi parlava come fossi già spacciato, mi usava quell'irriverenza addosso che mi mandava in bestia. Mi umiliava, godeva della mia impotenza, si crogiolava all'ombra della certezza che sarei stato solo l'ennesimo nome sulla sua interminabile lista.

Lo odiavo, come non avevo mai odiato nessuno prima di allora.

Le gambe cedettero, ed io caddi...

- fine Parte Terza -



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mercoledì, 28 ottobre 2009


Giuda - Parte Seconda: Lo scontro

riassunto della parte precedente -

"Il Virgilio [...] credevo che nessuno avrebbe mai tentato alcunchè al suo interno [...] Ero seduto al mio solito tavolo. Da lì potevo vedere il palcoscenico del locale che quella notte era stranamente vuoto. Forse la magia del Virgilio comprende anche la chiaroveggenza e nessuno quella Notte volle esibirsi. Tuttavia il locale era tutt'altro che vuoto.

- Parte Seconda: Lo Scontro -

Madre de Dios! Non l'avevo nemmeno percepito. Era come un'ombra apparsa alle mie spalle senza un rumore, senza un minimo presagio che ne tradisse la presenza. Non osai girarmi, ammetto che provai paura. Seppi subito chi era; nessuno avrebbe mai osato minacciarmi così, specie al Virgilio ma sopratutto sapevo da giorni che qualcuno aveva sguinzagliato Giuda sulle mie tracce.

EsperanzaFù la classica "soffiata anonima". Quell'avvertimento che t'arriva per passaparola "da amici che hanno amici che anno amici che gli hanno detto che....". A volte penso che queste voci vengano messe apposta in giro da chi vuole spaventare le persone, forse fiaccarne lo spirito, o semplicemente divertirsi a vedere come reagiscono davanti al pericolo.

Io tuttavia non avevo abbassato la guardia e, sebbene concessi a quell'avvertimento il beneficio del dubbio, cominciai a girare con Esperanza legata al fianco. Maria, la mia Spada, sarebbe risultata un po troppo vistosa per il periodo.

Tuttavia non avrei estratto Esperanza nel Virgilio. Piuttosto che cominciare uno scontro la dentro, avrei lasciato che Giuda mi uccidesse. La Morte Ultima sarebbe stata preferibile alla colpa che mi sarebbe stata attribuita per sempre se avessi commesso violenza li dentro. Il mio nome sarebbe stato associato all'infamia finchè Vampiro avesse avuto memoria, diversamente sarei almeno stato ricordato come uno che aveva rispettato quel luogo così importante per molti.

"andiamo fuori Giuda.. non uccido nessuno qui dentro"

Ovviamente non volli resistere alla tentazione d'essere irriverente e sfacciato anche in quell'occasione. Se fossi morto, l'avrei fatto almeno con stile.

Lo sentii ridacchiare appena.

"mi avevano detto che eri così... la tua fama di Hijo de Puta è ben meritata... perccato finirà questa notte"

Bè, anche lui non scherzava ad irriverenza.

Mi alzai senza voltarmi nemmeno e mi diressi verso l'uscita posteriore. Il fatto che non mi girassi non significava che non Virgilio, uscita sul retrofossi pronto a difendermi. Mentre camminavo non sentivo nessuno che mi seguiva e la cosa mi rese ancor più nervoso. Poco prima che aprissi la porta sul retro, sentii quella principale aprirsi e chiudersi un istante dopo.

Se era stato Giuda, aveva deciso proprio di giocare una strana partita.

Uscii nel vicolo dietro al Virgilio e come al solito, lo trovai vuoto, silenzioso, desolato. Quella porta era l'uscita d'emergenza di un mondo nascosto. Alcuni avventori del Locale la usavano come porta d'ingresso. A nessuno importava da quale parte si entrasse nel Virgilio.

Mi guardai attorno, perfino sui tetti adiacenti per scorgere qualche movimento per quanto furtivo.

Nulla.

La mano destra si appoggiò sull'impugntura di Esperanza e lentamente la estrassi dal suo fodero.

Giuda"sarà più veloce la tua lama o il mio proiettile, Delgado?"

Comparve alle mie spalle, ancora una volta senza che io lo percepissi. Mi puntò addosso solo una pistola come se questa fosse sufficiente ad abbattermi, a stendere un vampiro.

"non hai abbastanza colpi nel caricatore per me, Giuda... dovrai fare di meglio che spararmi..."

Che cazzo ci posso fare? Io adoro provocare... E poi non potevo non sfruttare la possibilità, per quanto remota, che a furia di provocarlo, avrebbe commesso un errore. Sapevo tuttavia che uno con la sua fama, di errori non ne commetteva.

"bang!"

La sua risposta fu premere il grilletto. Il suono, nonostante l'assenza del silenziatore, fù contenuto. Apparve come un colpo "soffocato" benchè un po sopra le righe in fatto di rumore. Molti lo avrebbero scambiato per qualcosa di pesante che cadeva.

Molti mortali guardando i vari film su di Noi, amano le scene dove ci crivellano di colpi mentre sorridiamo a braccia aperte come ad invitare a spararne sempre di più, come se altro non fossero che piccoli fastidi che nulla ci procurano se non costosi vestiti ottocenteschi bucherellati. Qualche spasmo ad ogni impatto e un paio di passi all'indietro mentre accusiamo il colpo, concludono quel quadro cinematografico di invulnerabilità che tanto piace associare a noi Vampiri.

Ecco tutti questi registri potrebbero andare a farsi fottere!

Ogni songolo colpo fa un male atroce, proprio come quello che percepisce ogni creatura vivente. Non è vero che sorridiamo come idioti ogni volta che quell'acciaio fa di noi un campo da semina. Il Nostro vantaggio (che non è trascurabile, ammetto) è quello di poter, grazie al Sangue, rigenerare in fretta le ferite ma il costo è spesso esoso. Il Sangue prima o poi finisce e Noi cediamo alla Bestia perdendo ogni barlume di lucidità trasformandoci in animali senza controllo ne tattica. Va anche detto che la condizione di morti viventi, ci rende comunque più resistenti.

Questo Giuda lo sapeva benissimo.

Il primo colpo mi centrò in mezzo alla fronte e per qualche istante persi ogni cognizione spaziotemporale. Indietreggiai e fù solo grazie ad uno spasmo che non persi la presa su Esperanza. Al primo ne seguì a velocità impressionante un secondo e poi un terzo che rispettivamente centrarono il mio occhio sinistro e la gola.

Il dolore fù atroce e il bastardo usò evidentemente proiettili di grossissimo calibro inquanto quello che mi colpì alla gola per poco non mi decapitò. Ma non solo; Giuda univa tecnologia a Fede e probabilmente si costruiva da solo i suoi proiettili. Essi (lo seppi in seguito) erano costituiti per 2/3 di polvere da sparo e il restante 1/3 era Acqua Santa. I proiettili a frammentazione, erano appositamente studiati affinchè la quantità di Acqua Santa presente nel singolo colpo non fosse un reale problema, ma piuttosto rendesse la parte colpita come "intorpidita" lasciando un fastidioso bruciore che non si riusciva a curare velocemente. La polvere da sparo faceva il resto.

Intelligente e astuto ma questo, rendeva la gittata del proiettile sensibilmente ridotta.

Scagliai Esperanza con la forza della disperazione lo ammetto. Lanciai la mia arma con quanta forza avevo in corpo mirando più o meno, laddove sapevo (o speravo) si trovasse Giuda...

- fine Parte Seconda -



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giovedì, 22 ottobre 2009


Giuda - Preludio - Parte Prima: L'Incontro

- Preludio -

Giuda"...trenta monete d'argento. Il luccichìo convince subito Giuda.
Trenta monete. Non trenta denari romani, ma trenta sicli pari a ben centoventi denari romani. Trenta stateri. Suppergiù il prezzo del nardo prezioso di Maria Maddalena. Il prezzo del tradimento è pari a quello dell'amore.
Il tradimento è un amore frustrato, deluso, capovolto, traviato.
Trenta denari. Il prezzo di uno schiavo...
"

Partiamo dal presupposto per chi ci crede veramente, che se Giuda ha potuto tradire Cristo, nessuno sulla faccia della terra, è immune al fascino della corruzione.

La storia ci insegna che neanche l'Amore di una Madre è incrollabile talvolta.

Mi piace pensare che il detto "fidarsi è bene, non fidarsi è meglio" si possa ricondurre al gesto di Giuda.

Nella mia vita mi fido apparentemente di tutti, ma ho una mano "fissa su un pugnale" che è pronta a scattare in qualunque momento. Sia chiaro, quando Amo (a modo mio) lo faccio veramente. Ma Amare non vuol dire, almeno per me, abbassare la guardia.

Mai.

E come potrei abbassare la guardia quando un Cacciatore di Vampiri al quale hanno affibiato il nome d'Arte "Giuda", è sulle mie tracce? Il nome gli fù affibiato inquanto, sul luogo dove lui esegue la condanna della sua Crociata contro le Tenebre, egli lasca tra le ceneri della sua vittima, 30 monete d'argento.

Giuda i Denari inizialmente li prese ma poi cercò di restiturli. Nessuno sa in quale di queste due fasi sia il Cacciatore. Forse "espia" la sua colpa, quale che sia, restituendo quel denaro "sporco" gettandolo su quelli che lui reputa essere i suoi carnefici. Altri credono che in Noi egli veda proprio Giuda, il Traditore di Cristo, colui che col suo gesto ha rifiutato la Luce ed abbracciato le Tenebre. Il fatto che getti sulle Nostre ceneri i trenta denari, assumerebbe in questo caso un significato che, se non fossi nella sua lista di "vittime", reputerei addirittura romantico.

C'è da dire che essere cacciati da lui è un lusso. Si dice che Giuda cacci solo "i migliori" o "i più forti".

Purtroppo si dice anche che non abbia mai fallito.

Nessuno lo ha mai visto. Questo mistero serve ad aumentare la sua già smisurata fama nell'ambiente. Voci di corridoio (secondo me appositamente create), vogliono che nemmeno la Curia sappia chi sia. Esistono infatti codici d'ingaggio segreti affinchè nessuno risalga a lui direttamente.

Qualcuno ipotizza che sia uno di Noi.

Sarebbe uno squisito paradosso se così fosse. Questo renderebbe la sua condanna ancora più tormentata, le farebbe assumere i contorni di un dolce supplizio al quale cerca di porre rimedio distruggendo i suoi simili, forse incolpandoli del suo attuale stato di dannato. Questa versione, come da copione, vuole che la sua prima vittima fosse il suo stesso Sire.

Tutti Noi conosciamo la sua fama, nessuno escluso.

E' responsabile della Morte Ultima di molti miei Amici e conoscenti. Gira voce che alcuni "nomi illustri" del recente passato, Personalità di Spicco della Nostra Società spariti nel nulla da una Notte all'altra, siano da aggiungere alla lista delle sue esecuzioni; violinisti folli, poeti, streghe...

Bè cazzi loro.

Io non voglio essere aggiunto a nessuna lista.

- fine del Preludio -

- Parte Prima: L'Incontro -

Esistono regole che si danno per scontate anche tra acerrimi nemici.

Il Virgilio è una Legge che credevo chiunque considerasse "Universale". E' quel genere di posto che potrebbe essere ovunque ma in ogni caso sarebbe così intimo che il solo pensiero di invaderlo, dovrebbe far desistere il Diavolo stesso.

Evidentemente Giuda, se ne fotteva delle Leggi Universali.

Giuda fece quello che nessuno, da che il Virgilio esiste, ebbe mai il coraggio di fare...

La cosa che quasi più mi urta, è il fatto che io ne sia la causa.

Sapevo che era sulle mie tracce e quindi non avrei mai dovuto frequentare il Virgilio. Il fatto che credessi che nessuno avrebbe mai tentato alcunchè al suo interno, non mi priva di colpe.

Stronzo Hijo de Puta che non sono altro! Meriterei di morire solo per questo errore!

A Giuda comunque riconosco il fatto che almeno mi chiese "gentilmente" se volessi morire li davanti a tutti o in un vicolo buio...

Credo volesse salvare la mia "dignità", che pensiero carino...

Se io sono Hijo de Puta... lui è De Puta Madre!

Ero seduto al mio solito tavolo. Da lì potevo vedere il palcoscenico del locale che quella notte era stranamente vuoto. Forse la magia del Virgilio comprende anche la chiaroveggenza e nessuno quella Notte volle esibirsi. Tuttavia il locale era tutt'altro che vuoto.

"Delgado.. sono qui per ucciderti... quindi ora scegli in fretta dove vuoi morire: se qui al tuo tavolo o fuori in qualche vicolo buio.. Per me è lo stesso"

- Fine Prima Parte -



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lunedì, 19 ottobre 2009


Il Gatto e il Topo

Sapeva che ero li e non osava muoversi.

Nella penombra della sua stanza di motel, si sentiva al sicuro seppur quel luogo fosse più adatto ad una Puttana che a Il Gattoqualcuno del suo calibro.

Mi percepiva. Dentro di se giurava di sentire l'impercettibile frusciare dei miei vestiti ai limiti del suo campo visivo. Se solo avesse acceso la luce, avrebbe fugato ogni dubbio, eppure si rifiutava di farlo.

"la Paura è eccitante, Hijo de Puta"

Ricordo quando mi stuzzicava con questa frase. Me la sussurrava appena all'orecchio per poi morderne il lobo e girarmi attorno senza nemmeno un velo che coprisse il suo eccitante corpo. Amava camminare in cerchio, rigorosamente in punta di piedi, e con le mani incrociate all'altezza dei suoi glutei scopliti. La postura evocava immagini da snob aristocratici, ed il suo mento leggermente realzato, accentuava quell'aria provocante che sapeva risvegliare l'eccitazione nel mio corpo.

Amava scherzare con me come fa il gatto col topo.

Ed io Amavo quel gioco.

Solo alla fine avremmo scoperto chi dei due fosse il gatto e chi il topo.

Ma adesso era li. Ancora una volta non indossava alcun vestito. Qulla Notte, sebbene la temperatura fosse confortevole ed il suo corpo impreziosito da un leggerissimo e dall'aroma dolce strato di sudore, si tirava la coperta fin sotto il Il Topomento. Mi ricordava quel gesto che da piccoli ci fa crede che quella stoffa sia capace di scongiurare ogni minaccia.

Ero eccitato.

Ma non ero li per quello. Ammetto che per qualche istante pensai di far ancora mio quel corpo più e più volte.

"fallo allora Hijo de Puta... prendi questo corpo e poi uccidilo, almeno nell'oblio porterà con se quel piacere capace di sconfiggere le pene dell'inferno"

Sapeva leggere nella mia mente. Pronunciò quella frase con spietata sicurezza.

Ma ancora non poteva vedermi, non finchè non avessi deciso il contrario.

"estoy aqui...."

Fù la mia volta di sussurrare appena al suo orecchio. Poi morsi delicatamente quel morbido lobo. Come sapevo, questo gesto scatenò un gemito di piacere misto ad un'eccitante paura così intensa, che per poco non  strappò il suo corpo dal letto.

Mi concessi anche di leccarlo con la punta della lingua per poi tirarlo a me succhiandolo.

Istintivamente, portò una mano tra le sue cosce mentre l'altra tentò invano di afferrarmi. Bramava di tenermi in quella posizione che tanto infliggeva alla sua anima piaceri inconfessabili.

Ma io mi ero già allontanato.

Gatto...

                 Topo...

La sua mano intanto non aveva smesso di cercare la sua stessa intimità che continuava ad accarezzare in un gesto inconsapevole. Fù solo quando sentì uscire dalle sue stesse labbra un gemito soffocato, che interruppe quell'insano piacere.

Se avessi potuto vedere il suo volto, avrei scorto il rossore dell'imbarazzo sulle sue guance.

Ma non ne avevo bisogno, sapevo di non sbagliarmi.

Poi quella luce...

Un'auto stava parcheggiando davanti alla sua stanza. I fari proiettavano un fascio d'oro surreale tra quelle persiane. Ciò concesse spazio alla realtà laddove soli pochi istanti prima, regnava l'immaginazione. Righe luminose venivano proiettate sul muro, ma non per questo mi spostai. La mia figura ora era evidente, una siluette sullo sfondo di una parete che presto sarebbe tornata scura quando l'auto avesse spento le luci. In quei pochi istanti, seppi che stava registrando tutti i particolari possibili: la mia camicia di seta rosso sangue, quei pantaloni in pelle che ben risaltavano il mio corpo e i capelli slegati che cadevano fino alle spalle.

Sicuramente notò che stavo sorridendo.

Poi la luce si spense.

In quell'istante si giocava il tutto per tutto: afferrò da sotto il cuscino un piccolo punteruolo di legno che, senza mirare, scagliò nella mia direzione laddove sapeva di trovare il mio cuore.

Ma il mio cuore era già stato trafitto decenni prima da armi ben più pericolose.

Il suo fù un gesto disperato, dettato dall'istinto. Dopo avrebbe ammesso di non avermi mai voluto veramente colpire.

Forse fù questo a salvarmi, forse fui io così lesto da intuirne gli intenti e scansarmi appena in tempo.

Un rumore sordo, quasi un tonfo, segnalò che il punteruolo s'era conficcato nella parete dove pochi istanti prima io poggiavo. Se mi fossi preso la premura di controllare, avrei notato che esso si trovava con impressionante precisione, all'altezza del mio cuore.

Forse era per questo che ci eravamo amati così tante volte.

Ma c'era una cosa che ancora non sapeva di me: non ero li per porre fine alla sua vita. Essa mi avrebbe allietato (così avevo ormai deciso) per ancora molti anni a venire.

Lasciai quella stanza con ancora il rumore vibrante che ormai scemava, del punteruolo sul muro. Null'altro osava muoversi. Son sicuro che rimase lì fino all'alba con il fiato ancora mozzato in gola per la paura e la tensione. la sua eccitazione, ne ero certo, ancora pulsava tra le gambe. L'avrebbe presto tradotta in qualche forma di sfogo, forse solitaria o forse a pagamento.

Non mi importava.

Mi aveva sfidato.

Aveva cominciato un gioco pericoloso ma eccitante...

Il Gatto e il Topo



Raccontato da EstebanDelgado
Categoria: racconti, cacciatori, racconti di mortali
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giovedì, 15 ottobre 2009


Estoy Aqui

Si dimena come un animale in gabbia..

Ma quella gabbia sono io.

Estoy AquiNon c'è fuga dalle mie attenzioni, non esistono luoghi dove le mie mani non sappiano pizzicare corde capaci di produrre suoni inebrianti e mai provati prima. Il corpo più freddo, si scioglie sotto l'eccitante calore dei miei polpastrelli mentre s'insinuano laddove la comune decenza pretenderebbe maggior decoro.

Che si fotta la comune decenza!

Essa è un abito mediocre spacciato per alta sartoria, una stoffa reciclata venduta come seta proveniente da paesi esotici.

Per quanto si dimeni, sa di non aver scampo. Per altro non ne chiede alcuno; il nostro "gioco" ha regole stabilite dall'alba dei tempi. Ogni tentativo di sottrarsi è uno studiato mezzo con il quale si salva l'apparenza, la giustificazione da usare quando guardandosi allo specchio, si cerca una scusa per non arrossire al pensiero di tutto quell'ansimare selvaggio e quell'implorare attenzioni ancora maggiori, più ferali.

Adoro l'ipocrisia di chi si finge Vergine d'intenti.

E' un gioco che amo condurre.

Quando mi rialzo, lascio che i suoi ansimi si spengano lentamente; mentre i suoi occhi stanchi ma appagati corrono sul mio corpo, sulla mia nudità mai paga che promette ancora inestimabili momenti di assoluto piacere. Basta un cenno, un impercettibile mordersi delle labbra, l'accavallarsi delle gambe o lo stringersi delle cosce mentre le mani vanno ad accarezzarsi il luogo più volte violato, quale che sia.

Ed il gioco ricomincia.

C'è chi ama arricchire -così almeno pensa- il tutto con della musica. Essa rispecchia l'anima di chi la sceglie, traduce in una lingua universale, le aspettative che si celano dietro studiati "no".

Ma non c'è muisca senza spartito. Senza mani esperte che sappiano comporla e menti illuminate che sappiano immaginarla, essa non servirebbe a nulla, nemmeno avrebbe ragione d'esistere.

Io sono lo spartito.
Io sono le mani che la compongono.
Io sono la mente illuminata che sa immaginarla.

A qualcuno son mancato.

Che si fotta!

Ah no, sarò io a fottere!

Estoy Aqui!

Esteban Delgado
@)-,-'------



Raccontato da EstebanDelgado
Categoria: racconti
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lunedì, 24 novembre 2008


La Prima Neve e il Cuore Rivelatore

D'inverno arriva la neve, il freddo ed il gelo.Si indossano cappotti eleganti e sciarpe vaporose sul collo, attorcigliandole al di sotto delle orecchie, per tenerle al caldo, per sentirsi coccolati, un minimo.
Questi erano i suoi pensieri, camminando solitario, sotto i loggiati di marmo bianco, guardandosi intorno per essere sicuro che non lo avessero seguito.
Passi sordi del tacco dello stivale sul lastricato color avorio.TAC, TAC, TAC, un rumore quasi mostruoso, trattenendo il colletto della giacca ben stretto tra le mani, correndo quasi per i vicoli stretti di quella città tanto diversa dalla sua, migliaia di miglia lontana, affogata nel sole, nella voluttuosità di un piacere fatto di carne, di sangue e di passione.
Un calore gelido, una scossa di adrenalina che faceva cantare le ossa, fino a lasciarle intorpidite e agonizzanti.In attesa di un altra dose.
Di un altro sorso d'immenso, per tornare alla quiete del niente, fissando il buio, le stelle in alto, curiose, sotto un cielo bianco, coperto di bianca, infinitamente bianca, neve.Alzò gli occhi scuri all'insù facendo cadere sui palmi quella visione surreale, nuova e inebriante.Fiocchi di neve precisi e perfetti dalle forme geometriche contornate d'oro cadevano piano, con un suono impercettibile sulle sue mani dalle dita lunghe e lisce, sciogliendosi poco dopo.
Tutto è effimero, pensò, tutto se ne va, trapassa, questa era la parabola di quella bellissima apparizione bianca nel suo cammino.
Tirò avanti a camminare, perchè ormai non c'era altro che potesse fare mentre Venezia dormiva e le gondole riposavano sotto spessi teli colorati sulle acque della Serenissima.A grandi falcate si ritrovò nel quadrato perfetto di Piazza San Marco coi Leoni che dall'alto sembravano guardarlo e squadrare ogni suo minimo movimento.
Lo guardavano con aria severa e l'angelo con la lancia seduto su una colonna dorica sembrò osservarlo con gli occhi vuoti e tristi, segnando con il suo profilo l'aria densa di ghiaccio.
Lui, non era altro che un pezzo di freddo scolpito nel biancore ,non poteva nè voleva far altro che rimanere fermo, seduto al centro della piazza, col capo reclinato e i capelli scuri che sventolavano tra le folate di brezza artica a guardare il cielo, l'immensità e la bellezza di quel cielo che pareva dipinto da un pittore cieco.
Poteva quasi vederne lo sguardo vacuo, le mani grinzose e l'odore della tela, del tabacco in bocca, la barba grigia e il pennello sgangherato che teneva con precisione metodica tra indice e pollice portandolo sul cavalletto , bisbigliando un Ave Maria in latino.Quella visione lo riportò alla realtà come uno schiaffo in pieno viso e lì, ad una ventina di passi da lui, la vide.
Una figura nera, nera come i corvi , un mantello che si alzava e rientrava sul corpo fasciandolo totalmente ,coprendo ogni fattezza della persona.
Gli occhi di Esteban si proiettarono su quello spettatore silenzioso e solitario, che lo fissava, irremovibile, sul viso, una maschera altrettanto bianca con lacrime rosse sulle guance.
Linee dritte e rosse come una strada senza ritorno e si perse in esse, nell'accecante passione di ritrovare l'odore, il Suo Odore in quel volto, il bisogno sempre crescente di correre lì e spezzare quel sorrisetto finto che di certo, si celava sotto quella perfetta espressione quieta e dura come roccia.
" Chi sei? Che Vuoi da Me? M'innervosisci! "
Gridò e la sua voce si perse nell'eco sordo del vento nelle enormi arcate sotto la Chiesa Maggiore, spegnendosi altrove, sforzando al limite le corde vocali e correndo verso la figura mascherata, i denti sfoderati e tutto l'impeto che sempre lo contraddistinguevano dagli altri della sua specie.
Lui era speciale, era diverso e poteva sentire il desiderio di qualcosa oltre la maschera, oltre il bianco intonaco della sua pelle finta, penetrargli oltre la carne, invadere le vene e strappandogli il cuore, gettandolo a terra senza più forza.
Uno, due, tre , quattro.Uno, due, tre , quattro.
Un tango appassionato di passi sempre più veloci, per accerchiarlo mentre lo sconosciuto spettatore rimaneva fermo e ancora non rispondeva alla sua domanda, guardandolo con gli occhi blu lapislazzulo.Due gemme intense che rilucevano nella notte affollata di personaggi muti che altro non facevano se non star zitti e guardare ogni cosa essere sopraffatta dalla cruda bellezza della natura.
Ancora braccia che lo chiamavano a se, come un invito, il dito proteso come a dire vieni, vieni da me adesso, guardami, impazzisci di nuovo.Esteban aveva paura, e un Mierda! uscì dalle sue labbra increspate, finendo dritto davanti a lui o lei, non sapeva dirlo ancora.
Si parò esattamente davanti, la mantella grigia aveva ripreso a svettare nel vento come una bandiera sull'albero maestro ed ora poteva vedere ogni cosa con precisione.Un mantello nero ampio e pesante copriva il corpo, come se non esistesse e fosse una visione onirica quella, non realtà ma solo e soltanto immaginazione.
Lui rimase fermo in attesa che lo straniero facesse qualcosa, e in effetti, quel qualcosa avvenne.
Un gesto delle gambe e fu ad uno schiocco di dita dallo Spagnolo che ancora incredulo e affascinato ne studiava le movenze per trarne informazioni utili a capire chi era e forse, anche il suo intento quella notte.Le labbra erano scoperte, lo vide successivamente, di un bianco spettrale, eppure si mossero, nè in sù nè in giù come quelle di una bambola semplicemente s'aprirono, facendo uscire una nuvola di vapore caldo che carezzò il volto di Esteban facendogli chiudere gli occhi e godere di quel gesto, senza neanche sapere perchè.
Non sapeva niente di quell' Anonimo , solo le labbra aveva visto..eppure la sua bocca ardeva dalla voglia di perdersi in quella figura raschiando via il mistero, per avere verità, realtà, non più finzione, non più teatrini con platee vuote.Voleva semplicemente fisicità. come sempre, non era certo tipo da ragionamenti filosofici ed espressioni poetiche della più elementare delle leve istintive.Mordere, mangiare, succhiare, leccare.Non conosceva poi molti altri verbi per descriversi nella sua natura vampirica...
D'un tratto poi, tornò ferma immobile,la figura, nel punto esatto di qualche istante prima, squadrandolo da capo a piedi, rendendo viva la presenza solo con gli occhi e le labbra, nient'altro.
" Io Sono Il tuo Cuore, Esteban.."
D'un tratto parlò e la voce era atona, senza inflessioni in un catalano che lui comprendeva perfettamente ( e quasi rise per aver supposto che fosse francese, chissà perchè..), annuendo, misterioso.Il suo cuore...L'Hijo de Puta aveva un cuore? Sapeva lui, amare? Oh si, che domande, lui amava ogni cosa, era un amante dell'effimero fascino di ogni umana cosa, dallo specchietto d'argento alla tenda di seta.Ogni cosa destava il suo amore e il suo interesse, suscitando in ogni creatura, fosse essa donna o uomo, un irresistibile fascino immortale.Lo Spagnolo ripensò alle parole che gli aveva appena detto e si toccò il petto proprio a quell'altezza.Nessun tump tump, nessun battito, nessuna vita, dentro di lui.
Ora capiva, era impazzito.Cercavano di fargli credere che morire, era la miglior soluzione.Bruciare ed ardere...ma per cosa? per quale assurdo motivo avrebbe dovuto distruggere volutamente un tempio della lussuria come il suo corpo? No, scosse la testa e la figura sembrò contrariata, quasi sentendo quei pensieri, restando irremovibile come una di quelle statue che, a lato, sembravano prender parte a quel buffo scambio d'idee a voce sola.
Il suo cuore era dannato, lui lo sapeva, lo aveva relegato in una parte segreta del suo Talamo e non era decisamente il caso di riprenderlo, di toccarlo di nuovo dopo che tante grane gli aveva causato.
" Perdonami, non ho più bisogno di te, sparisci.."
Rispose seccamente il figlio delle Tenebre, voltandosi e procendendo a passo spedito verso la via sulla destra che portava al Canale, sua iniziale meta.
Si sentì di nuovo osservato e notò che non c'era più nessuno dietro, assorto nei suoi pensieri come da molto non accadeva.Esteban malinconico, chi l'avrebbe mai detto?
La città delle acque s'andava immergendo nel pallore della neve che ormai sfiorava il metro mentre lui camminava, non sapeva fare altro, svoltando seguendo l'istinto di viaggiatore ormai lungamente sviluppato, finendo davanti ad un vicolo cieco.In alto, appeso ad un gancio , la maschera screpolata, macchiata di sangue e quattro semplici parole di condanna.Ti Porterò Nel Sangue.
Le lesse ad alta voce e un urlo uscì dalle sue labbra, coprendosi gli occhi.
Rivide il sole. il sole cocente di Toledo, rivide Maria, e gli avventori della sua locanda....Rivide ogni cosa e ad un tratto fu come se tutto svanisse, perdesse importanza.
Corse a perdifiato, verso un riparo, mentre gli arti si irrigidivano all'alba.
Non avrebbe mai più tentato di sapere, questo era certo.Il suo cuore lo reclamava, rivoleva un giaciglio dove dormire, per sempre o forse semplicemente qualcuno degno di relegarlo tra le proprie mani e custodirlo come un tesoro.
Tump.Tump.Tump.
. . .

Quella maschera....ero io...?
Si chiese, ansimando, ritrovando
sul naso, al suo risveglio, un fiocco solitario di neve



Raccontato da SilentHell
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sabato, 25 ottobre 2008


Il Quinto Giorno

“Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra”. E fu sera e fu mattina: quinto giorno”.

(Genesi, 1:20-23)

 

***

“Sei piuttosto taciturno, figlio mio…”.

 

La voce melodiosa della mia Signora giunse inquisitoria alle mie orecchie. Sollevai con delicatezza la guancia dal suo ginocchio e mi voltai appena, inclinando impercettibilmente la testa a ritmo con una musica lenta che solamente io potevo udire.

 

“Quali silenziose riflessioni turbano i pensieri cristallini del mio Erick?”.

 

Accennai un debole sorriso, ed i miei occhi si posarono con grazia sulle labbra della mia Signora: persino a me era proibito sostenere il suo sguardo.

 

“E’ caotico il mondo, non trovate?”, fu la mia breve, enigmatica risposta. 

Le dita leggere di Arianrhod si insinuarono tra i miei capelli, rendendomi possibile scorgere per un attimo la pelle diafana del suo polso. Sorrisi pensando al pallore lunare del mio corpo: era stato quello il primo dono della mia Signora, insieme alla Vita.

 

“Perché ti trastulli ancora con giochi da bambini, Erick? Arianrhod strinse una ciocca dei miei capelli nella mano e, tirando, mi costrinse a sollevare il viso. Chiusi gli occhi, ma avvertii il suo sguardo irato su di me- Non solo ti rechi ogni notte in quel regno di mortali, ma mi hanno riferito persino che ti diverti a farti passare per uno di loro!”.

Deglutii, ma non risposi. A nulla sarebbe valso negare, e mentire quindi alla mia Signora.

 

“Ti proibisco di farti vedere dagli uomini”.

 

“Ma…”.

 

“Silenzio, Erick. –Le sottili dita di Arianrhod si spostarono sulle mie labbra per impedirmi di parlare- Sei una giovane creatura, figlio mio, ed ancora non puoi capire”. La voce della mia Signora si fece dolce, soave. “Sei il mio solo erede, Erick. La tua vita è la vita di tutti noi”.

 

***

 

Il Tempo ha un modo tutto suo di correre e svanire. Le Stagioni danzano al ritmo della Pioggia che cade e del Sole che sorge, seguendo l’ armonia dolce dello zufolo del Vento. In un eterno batter di ciglia le Foglie conoscono tutti i Colori, e quando giunge il momento di salutarsi, come candide piume dorate planano a terra, guidate dalle dita sottili di Zefiro.

 

L' Autunno era appena iniziato, e così anche il mio gioco preferito: scherzare col fuoco.

 

 

Era una Notte come tante, cullata dalla dolce presenza di quella pallida Luna cui ero tanto devoto. Londra pareva essersi assopita, cristallizzando ogni ombra nel suo ultimo gesto. Di tanto in tanto il suono di una sirena lontana ricordava al Silenzio di non abusare del suo potere, ed il tenero e fluido parlottare delle lievi ondine del Tamigi tentava di tenermi compagnia.

Fu in quel momento che lo vidi per la seconda volta.

 

Esteban Delgado non era decisamente il tipo capace di passare inosservato. Oh, no. Tutto nella sua persona –dai capelli color dell’ ebano al caldo accento spagnolo- stimolava in chiunque la sensuale idea di un’ intima, passionale carezza. Ed i suoi modi sfrontati, quella sua mancanza di ritegno e pudore, rivelavano altrettanto chiaramente quanto l’ ardore dei suoi occhi fosse mutevole: la sua anima era una fiamma destinata a consumarsi ogni notte, alimentata dall’ invitante ansimare di amanti sempre diversi.

 

Ed io ero la sua tortura.

"Hai proprio il vizio di farti i cazzi delle persone frugandogli in testa Cherubino?".

Sorrido ancora ripensando alle parole che avrei voluto soffiargli sul viso di rimando, ma che mi trattenni dal pronunciare. Non gli avrei mai dato la soddisfazione di notare quanto le sue colorate fantasie divertissero le mie. E, sempre più deciso a scatenare la tempesta dei suoi desideri, sparii all’ improvviso, lasciandolo da solo affinchè il ricordo vivido della mia voce sulla sua pelle incendiasse la mente dell’ immortale che mi aveva sfidato.

***

“Sei uno stronzo”.

Sfiorai appena il cucchiaino, prima di immergerlo nel tè profumato che avevo appena ordinato.

“Lieto anche io di vederti, Delgado”.

“Ma chi ti credi di essere?”.

“Prego, siediti pure…”.

Non saprei dire se mi eccitasse di più l’ impercettibile profumo di inafferrabilità che Esteban emanava o l’ espressione del suo viso alle mie gentili, ineccepibili parole.

“Sei sordo o cosa?! Ti ho fatto una domanda!”.

Lanciai appena uno sguardo al vampiro al mio fianco: non sembrava aver intenzione di accettare il mio invito.

“Per favore, Delgado, tenta di contenerti. Non vorrai scandalizzare troppo i miei ospiti…”, ribattei, muovendo appena il polso in un lieve gesto di presentazione. I quattro giovani, aitanti mortali seduti al mio tavolo sorrisero.

Intinsi il cucchiaino nel tè, e presi a muoverlo lentamente, con gesti circolari precisi e misurati: avevo imparato quell’ elegante arte durante le notti di luna piena, quando Arianrhod, la mia Signora, dimenticava di vegliare su di me.

“Alzati”, ordinò Esteban. E la sua voce rivelava chiaramente la sua irritazione.
Sollevai lo sguardo su di lui, e sorrisi della sua bellezza.

“Temo di non poter esaudire il tuo desiderio. Non al momento, almeno. Sono piuttosto…impegnato”, risposi, e lanciai uno sguardo al più giovane dei fanciulli. Moro, con grandi occhi color del cielo, mi osservava rapito e curioso. Tentava di darsi un tono bevendo del vino rosso, e nel frattempo sedeva in una posa completamente sbilanciata: Esteban, alla sua sinistra, incuteva in lui un giusto, reverenziale timore.

“No, forse non hai capito. Tu vieni con me”.

Non feci in tempo a capire che cosa stava succedendo. Un dolore lancinante mi costrinse a chiudere gli occhi e gemere, mentre le mie mani tentavano di liberarmi dalla presa del vampiro.

“DELGADO! Lasciami! LASCIAMI!”, urlai, cercando di graffiare quelle dita che mi tenevano stretto per i capelli: Esteban mi stava trascinando verso l’ uscita della tea room nella quale mi ero rifugiato quella sera.

Non appena raggiungemmo la soglia del locale, il vampiro lasciò la presa e mi guardò cadere a terra. Con gli occhi ancora chiusi ed una smorfia di dolore ad attraversarmi il viso, me ne stavo rannicchiato, tutto intento a sfiorare con le labbra la punta delle mie dita.

“Ma guardati…Sei patetico, femminuccia!”.

Esteban mi derise. E fu questo a scatenare la mia ira. Dissi addio al buon senso, dissi addio alle buone maniere. Alzai lo sguardo su di lui, mentre i miei occhi assumevano lo stesso colore del cielo. E, all’ improvviso, cominciò a piovere.

Mi rialzai in piedi lentamente, ed arretrai per trovare riparo sotto alla tettoia del locale. Il mio sguardo carico di rabbia continuava a fulminare il vampiro che, di contro, rideva di quella pioggia che bagnava i suoi capelli e faceva aderire la camicia bagnata al suo petto in buona parte scoperto.

“Cosa c’ è, femminuccia? Hai paura di due gocce d’ acqua?”.

Lo fissai per un istante, poi scossi la testa e sorrisi.

“Sei veramente convinto che i vampiri siano i più potenti immortali su questa Terra, Delgado?”, domandai in un sussurro, mentre chinavo la testa per nascondere il divertito sorriso che danzava sulle mie labbra.

“Ma cosa diavolo vai blaterando?!”.

Scossi la testa nuovamente e sollevai le mani di fronte a me, rivolgendo poi i palmi verso il cielo, dopodichè iniziai a camminare lentamente, avvicinandomi sempre di più ad Esteban. Risi dei suoi occhi che si spalancarono nel constatare come l’ acqua evitasse di bagnarmi, scivolando lungo il mio profilo come se fossi protetto da una campana di vetro.

“Non hai ancora capito, Delgado?”. 



Raccontato da TheAngelOfMusic
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lunedì, 06 ottobre 2008


Limpido come l'Acqua

Il primo incontro con Erick
dal racconto "
Erick l'Angelo"

" [...] Mi superò sul lato destro e quando mi fù accanto, non fece altro che darmi delle pacche "di incoraggiamento" sulla spalla come a dire "bravo.. bravo".

Sorridendo beffardo si allontanò arrivando al centro della sala dove un nuovo gruppo di lacchè lo stava aspettando tra il basito per il mio gesto ed il geloso perchè io ero stato toccato da lui.

Non aveva detto nulla eppure, mi aveva appena battuto.

Uscii sorridendo. La sconfitta non mi deprime ne mi umilia.

Mi eccita terribilmente.

E lui, Erick, avrebbe scoperto quanto."

.:§:.

Era passato poco più di un anno dalla Notte in cui lo vidi la prima volta. Durante questo periodo solo occasionalmente avevo pensato a Lui, a quell'Angelo della Vittoria che mi aveva sconfitto senza far nulla. L'Orgoglio e l'Eccitazione avevano invaso ogni fibra del mio essere, richiamandomi a reagire, a vendicarmi con eccitante efficacia, di quell'impudente Cherubino. Per qualche periodo l'avevo anche seguito, non so dire se se ne fosse accorto o meno, ma col tempo smisi di farlo perchè non raggiungevo mai un punto di svolta, fosse quello di "affrontarlo" o qualunque altro.

E poi Lui non mi cercava, non dava segno d'aver avuto interesse per me.

E questo mi faceva terribilmente incazzare.

Come osava questa Signorina ignorare me? Esteban Delgado "Hijo de Puta" conosciuto per la mia pessima fama in qualunque dei nostri salotti? Come poteva resistere al fascino del mio corpo intento ad abusare senza sosta del suo? Perchè non tornava a sfidarmi con quel suo sorriso da chi "ha vinto" per poi strapparmi i vestiti di dosso e concedersi ad un Amplesso tra Immortali?

lo odiavo, e più lo odiavo più sentivo di amarlo alla follia.

Mi distrassi con altri amanti sia mortali che non. Passai Notti in città e paesi diversi, a lasciare il seme del piacere impiantato nelle menti di chi usavo allo scopo. In alcuni di essi vidi il suo volto ridere strafottente mentre facevo mio il loro corpo e quando questo accadeva, l'amplesso diventava brutale, animale. Spesso finivo per nutrirmi quando l'amante era umano, senza tuttavia mai ucciderlo.

Col tempo rimase solo un ricordo eccitante, un "se" rimasto intrappolato nella ragnatela del ricordi, forse destinato a scomparire assieme a tutti gli altri che lo ricondavano.

Non ero più stato al "Cafè Du Lac" dopo quella Notte. La massa di altezzosi bastardi che lo popolavano, suscitavano in me soltanto disprezzo e più di una volta mi chiesi come mai Lui frequentasse invece quel posto. Il Virgilio era e rimaneva sempre il mio locale preferito e più di una volta mi chiesi se mai Lui lo conoscesse e se ci fosse mai passato.

In uno dei miei tanti pellegrinaggi, raggiunsi Londra una città che sebbene non amassi particolarmente, trovavo stranamente affascinante. L'ambiente naturalmente suggestivo che quella città sa conferire a se stessa con quella persistente nebbia tanto cara agli scrittori e la sua particolare formazione urbanistica, la rendono irresistibile. Ricordo d'essermi "perso" spesso e volentieri tra i suoi vicoli bui, scoprendomi a camminare non solo tra essi, ma anche nella mia mente alla ricerca di qualcosa che spesso non trovavo perchè non spaevo di stare cercando.

Era il 5 settembre del 2000 e la Notte era insolitamente fredda. Non me ne curavo nonostante molti passanti si aggiravano frettolosi per le strade soffiandosi sulle mani in cerca di un improbabile calore. Era insolita come temperatura e aveva colto molti alla sprovvista. Ricordo che c'era anche quella nebbia insidiosa, un concatenarsi d'eventi atmosferici che resero quella Notte particolarmente indimenticabile poichè sembrava d'esser a Novembre inoltrato.

Camminavo lungo le rive del Tamigi un fiume che, dato il nome, quando lo sentii nominare per la prima volta, credetti si trovasse nel Giappone di Reyko, il mio Sire. Quando glielo dissi ottenni una fragorosa risata subito seguita da dovuti ragguagli in merito. Le sue sponde calme e scure avevano il potere di catturarmi, di attirarmi promettendomi che sarei diventato un tutt'uno con loro.

Era una sensazione strana, terribile ed affascinante allo stesso tempo.

Quello che maggiormente mi colpiva era la sensazione che l'acqua "mi seguisse" e non parlo del mero scorrere del fiume camminando io nella stessa sua direzione, ma della percezione d'esser in un cero qual modo "pedinato" dai riflessi della luna sulle sue pacate onde.

".. se continui a seguire l'Acqua tanto intensamente, non t'accorgerai del sorgere del Sole e non ti resterà che abbandonarti tra le sue gelide braccia perchè ti protegga .."

Melodiosa, sensuale, erotica, potente, prepotente e altezzosa... Ecco come percepii quella voce suadente come il profumo della Sangre e dolce come il Primo Assaggio. Era tuttavia altrettanto "letale" se non si sapeva dosarla, poichè avrebbe facilmente potuto diventare irresistibile.

"Erick..."

Dissi soltanto avendo riconosciuto quel timbro melodioso sin dalle prime battute. Mi voltai lentamente non volendo apparire come un ragazzino eccitato davanti al suo sogno erotico comparso dal nulla. Scuotendo il capo per ravvivare i capelli, rimasi poi fermo col collo leggermente inclinato di lato a fissarlo da capo a piedi.

Ogni cosa di Lui era un inno alla serafica bellezza, un tripudio di perfezione non ostentata ma donata senza pudore agli occhi di quanti avevano la fortuna di incontrarla. L'oro dei suoi capelli era della stessa tonalità del riflesso della luna sulle Acque del Tamigi e questa similitudine ebbe l'effetto di sconvolgermi seppure non ne afferrai il motivo. Rimase immobile senza dire altro come se lui mi stesse studiando esattamente come lo stavo facendo io. I suoi occhi avevano la capacità di mettermi a nudo, di smascherare ogni mia studiata compostezza per godere della verità delle emozioni che provavo nel guardarlo.

Ringhiai appena me ne accorsi e il sorriso che ottenni in risposta, confermava quanto avevo percepito.

" .. scusami Esteban, non puoi biasimare il fiume perchè scorre .. perdona la mia impudenza .."

Ancora quella voce, ancora quel potere magnetico al quale a stento riuscivo a resistere. Quel suo modo cordiale e forse un pò antiquato di chiedere scusa, faceva da quadro ad una persona mai veramente al posto giusto e non perchè non ne fosse capace, ma perchè il mondo così come lo percepiamo, scorre ad una velocità diversa dalla sua. Aprii la bocca per rispondergli in modo saccente come faccio sempre ma Lui compì un passo nella mia direzione fermandosi a meno di un metro da me, inchiodando alla parete tutta la mia sagacia.

" non era forse ciò che volevi? .. incontrarmi? .."

Mi domandò con una cortesia che era allo stesso tempo un'eccitante provocazione.

"hai proprio il vizio di farti i cazzi delle persone frugandogli in testa Cherubino ?"

Trovai la forza di domandargli snocciolando la mia nota maleduzaione.

"solo di quelle che mi interessano, Delgado"

Pronunciò il mio nome con una tale perfezione che a stento resistetti dal chiedergli di rifarlo tanto m'era piaciuto pronunciato da Lui.

"ah si ? ti interesso adesso ?"

Domandai perchè l'idea di pronunciare quella parole a conferma di ciò che avevo appena sentito, mi inebriava i sensi.

In tutta risposta Lui, si mosse ancora arrivandomi praticamente difronte quasi sfiorando il mio corpo. Il suo volto non arrivava al mio eppure senza esserne consapevole, mi chinai verso quei lineamenti così perfetti da sembrare innaturali.

" .. a modo mio, si .. "

Mi rispose approfittando di quella mia vicinanza, sussurrandomelo all'orecchio con tanta sensualità che immaginai di farlo mio la dove ci trovavamo. Lui non si mosse, se anche aveva intuito cosa mi era passato per la mente, decise di stare al gioco. Fù allora che infersi il mio "colpo" pareggiando i conti. Trasmettendo alla sua mente ogni genere di desiderio che nutrivo nei suoi confronti, mi raddrizzai sorridendo, passandogli poi accanto e superandolo di qualche passo. Vidi che spalancava gli occhi inizialmente stupito, offeso forse ma poi si lasciò sfuggire un ghigno divertito.

"ti meriti la tua fama, Delgado"

Disse ancora pronunciando il mio cognome con passione estrema. Quando mi girai per ribattere però, Lui era scomparso. Mi guardai attorno stupito, non l'avevo sentito muoversi e sebbene sapevo che alcuni Vampiri erano in grado di celarsi alla vista, ero comunque in grado di percepirne la presenza.

Nulla, era sparito.

Ovunque guardassi non c'era traccia di Lui ne che ci fosse mai realmente stato. Mi chiesi se potessi essermi mai immaginato tutto, però sentivo ancora il suo profumo aleggiare nell'aria. Guardai il fiume e ancora vidi i riflessi dorati della luna cavalcare pigri le nere acque e non potei fare a meno di pensare ai suoi capelli. Quando mi fu chiaro che se n'era andato, decisi di fare altrettanto tra il divertito per quel suo modo di fare e l'innervosito per come aveva posto fine al nostro incontro.

Durante tutto il tragitto, sebbene ora percorressi la sponda del Tamigi in senso contrario al suo moto, ebbi ancora la sensazione che l'Acqua mi stesse seguendo.

No, non era una sensazione, qualcosa nel profondo mi diceva che era una certezza.



Raccontato da EstebanDelgado
Categoria: altri immortali
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nota dell'autore: racconto protetto dalla:
Creative Commons License


Nome: Esteban Delgado
Nato il: 19 settembre 1777
Provenienza: Castiglia-La Mancia
Provincia: Toledo
Deceduto il: 19 settembre 1807
Risvegliato il: 19 settembre 1807

Indulgere negli spazi sconfinati dell'Agio e dell'Ozio. Crogiolarsi nel Piacere Sanguigno e Carnale delle Emozioni. L'Avventura e la Sfida. La Conquista e la Seduzione.


La noia, la banalità ed il qualunquismo. La codardia, l'arrendevolismo. Nell'Odio egli percepisce grandi sentimenti e nell'Odio capita, s'abbandoni istintivamente.

Poderoso caballero es Don Dinero
poderoso cavaliere è il denaro

A quien madruga, Dios le ayuda
A chi si alza presto, Dio lo aiuta

Dime con quién andas y te diré quién eres
Dimmi con chi esci e ti diro' come sei fatto

A buen entendedor pocas palabras
A buon intenditore poche parole

¿Còmo quieres que te quiera, si el que quiero que me quiera no me quiere como quiero que me quiera? ¡ Còmo quieres que te quiera!
come puoi desiderare che ti ami, se colui che voglio che mi ami non mi ama come voglio che mi ami? come puoi desiderare che ti ami!

Perejil comì, perejil cenè, y de tanto comer perejil me emperejilè
prezzemolo a pranzo, prezzemolo a cena, ed a forza di mangiare prezzemolo mi "imprezzemolirò"

.:§ Maria §:.


.:§ Esperanza §:.

.:§ Toledo Oggi §:.



Toledo è una città della Spagna, antica capitale del Regno di Castiglia, attualmente capoluogo dell'omonima provincia e della Comunità Autonoma di Castiglia-La Mancia (75.000 abitanti circa, toledani, in spagnolo toledanos).
Per tradizione l'Arcidiocesi di Toledo, la più importante del Paese, è sede primatizia e all'Arcivescovo di Toledo spetta il titolo di Primate di Spagna.

Toledo è famosa da secoli per la sua produzione di acciaio e soprattutto per le spade, le cui tecniche di produzione provenienti dalla Persia furono importate dagli arabi. Ancora oggi la città è un centro importante di produzione di coltelli e di altri oggetti di acciaio.

Storia
Le prime notizie storiche sulla città risalgono ad uno scritto in onore del proconsole Marco Fulvio Nobilior dello storico romano Tito Livio in cui è nominata una località denominata Toletum, dicendo che "parva urbs erat, sed loco munita", cioè era una piccola città, ma forte per la sua posizione. È infatti circondata per due terzi dal fiume Tago, sul quale i romani costruirono un ponte, più tardi ingrandito e restaurato dagli Arabi.
Successivamente Toledo è stata la capitale del regno dei Visigoti e centro importante durante il periodo della dominazione araba.
Il 25 maggio 1085, il re Alfonso VI di Castiglia conquistò la città ai musulmani, a partire da questo momento la città ha vissuto il suo periodo di maggiore splendore, con una grande crescita culturale, sociale e politica. La scuola per traduttori di Alfonso X e le numerose opere d'arte civili e religiose hanno lasciato profonde impronte nella città, fino al periodo in cui la città fu la capitale dell'impero spagnolo, all'epoca di Carlo V. Il figlio di Carlo V, Filippo II decise di trasferire la capitale dell'impero a Madrid, da questo momento la città perdendo gran parte del suo peso politico e sociale entrò in un periodo di decadenza che coincise con quello di tutta la Spagna. A questo proposito si ripete spesso che la storia di Toledo è analoga a quella della Spagna.

Arte
Per gli amanti dell'arte Toledo si identifica con Il grande pittore Domenico Theotocopulos detto El Greco (1541-1614) che trascorse a Toledo gli ultimi 37 anni della sua vita; nella città sono conservate alcune delle sue opere, tra le quali La sepoltura del conte di Orgaz, conservato nella chiesa di Santo Tomé. C'è anche una "Casa e Museo del Greco", ma è documentato che El Greco visse da tutt'altra parte e che questa casa era appartenuta a Samuel Levy, tesoriere evidentemente ebreo di re don Pedro. All'inizio del Novecento il marchese della Vega per mantenere il ricordo del pittore, conservare i suoi quadri, restaurare questo casolare, volle creare una copia di ciò che avrebbe potuto essere la casa del Greco, creando un'opera verosimile con mobili dell'epoca. Attorno ad un bel cortile con lo zoccolo piastrellato ci sono la sala da pranzo e quella da lavoro della moglie, o amante, madre del figlio Manuel e ispiratrice del pittore, donna Jeronima, la cucina e un bel giardino. Al piano superiore lo studio del pittore, con un notevole dipinto, le "Lacrime di San Pietro", ed altre stanze ricostruite immaginando come visse El Greco.

Tratto da:
Wikipedia

.:§ Delgado §:.

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Chiunque avesse voglia, piacere e fantasia di scrivere un racconto che narri di Esteban Delgado, potrà contattarmi privatamente perchè il suo racconto venga postato sotto la categoria.

"storie narrate da altri"

Anticipatamente ringrazio chiunque raccoglierà questo invito.

Chiunque avesse voglia, piacere e fantasia di scrivere un racconto che narri di Esteban Delgado coinvolgendolo con il personaggio tratto dal vostro stesso blog, potrà contattarmi privatamente perchè il suo racconto venga postato sotto la categoria:

"Storie Condivise"

Anticipatamente ringrazio chiunque raccoglierà questo invito.

Gli Scarti, sono quei racconti che, per un motivo o per l'altro non ho mai finito di scrivere o che decisi per ragioni imponderabili, di non postare mai. Gli Scarti infatti, non non hanno una reale connotazione con il blog di Esteban Delgado, ma potrebbero piuttosto aver fatto da spunto ad altri racconti già (o mai) pubblicati. Non avranno quindi un seguito, "finiranno e basta". Alcuni, potrebbero anche interrompersi nel bel mezzo di una frase. Troverete gli Scarti sotto la categoria:

"Scarti"

Anticipatamente ringrazio chiunque vorrà comentarli comunque.

Le Leggende Spagnole, non sono racconti scritti di mio pugno, ma uno scorcio del folklore della Spagna, la splendida terra che ha ispirato il personaggio di questo blog. Troverete le Leggende Spagnole sotto la categoria.

"leggende spagnole"

Han ceduto al Bacio di Esteban
*loading*
dolci vittime

"Esty? Il mio protetto.E' figo e ha un talento naturale per adescare giovani pulzelle e baldi giovani.Attenti alle sue abilità oratorie,potrebbe stordirvi.Lo amo,semplicemente perchè sa essere sensualmente dolce.Il mio vampiro"

Detto da: Silent Hell

.:§:.

"mmm.. potrei dire che esteban è un vampiro terreno, ma forse lui preferirebbe "coglionazzo". e da buon coglionazzo, un giorno di questi rischierà di farsi ammazzare definitivamente.. ma probabilmente, sarebbe anche abbastanza incosciente da reagire facendo la cazza giusta, quello che lo salverà."

Detto da: La Zingara


Ama anche tu un Vampiro
logo della Campagna:
"Anche io Amo un Vampiro"


Dai da mangiare ad un Vampiro!
Non lasciare che si riduca così per amore


Esteban's Fans
Diventa anche tu il/la Fan N.1 di Esteban Delgado inserendo questo sticker nel tuo Blog! Ed Esteban verrà a trovarti di Notte per...
Creato da: Lady Serephina


Esteban è Manzo al 100%
Attestato Ufficiale che certifica quanto Manzo sia Esteban!
Creato da: Silent Hell


Hai voglia di una Notte di Fuego?
Passala con l'Hijo de Puta e non te ne pentirai!
Creato da: "Ïl ₣ÖlLΞ"



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